Punto di controllo 14.1, priorità 1
Usare la massima chiarezza e la massima semplicità di linguaggio, appropriate al contenuto di un sito.
Si rivolge a: autori.
Scrivere in modo chiaro e semplice
Il punto di controllo 14.1 è probabilmente il più difficile da applicare e il meno oggettivo da valutare delle WCAG 1.0. Ciò nondimeno la sua prescrizione è importante per l’accessibilità dei contenuti e non può essere trascurata senza correre il rischio di pregiudicare più o meno gravemente la comprensibilità dei testi che si pubblicano sul Web. La sua utilità viene così spiegata, nel breve commento che segue il testo della raccomandazione:
Usare un linguaggio chiaro e semplice favorisce una comunicazione efficace. L’accesso alle informazioni scritte può essere difficile per chi soffre di disabilità cognitive o dell’apprendimento. Usare un linguaggio chiaro e semplice va a beneficio anche di chi parla una lingua madre diversa dalla vostra, comprese le persone che comunicano principalmente per mezzo della lingua dei segni.
I siti che più dovrebbero preoccuparsi di rendere accessibili i propri contenuti sono, per ragioni sia etiche che legali, quelli che svolgono un servizio pubblico, come ministeri, enti, comuni ecc. Tali siti non si rivolgono a un particolare tipo di utente, ma ai cittadini in generale. Ciò vuol dire che tra i lettori potrebbero esservi persone dotate delle più disparate capacità cognitive e in possesso di requisiti culturali molto diversi: il professore universitario, lo studente, il letterato, l’incolto, lo straniero che a stento conosce i rudimenti della lingua, l’anziano con problemi di memoria, il dislessico, il sordo dalla nascita abituato alla lingua dei segni più che al testo scritto, il ragazzo con deficit di attenzione e quello affetto da sindrome di Down, il lavoratore assillato dalla fretta, che salta da un periodo all’altro come una trottola.
È semplicemente impossibile realizzare un unico testo capace di soddisfare tutti i tipi di lettori: se si scrive per il professore universitario o il letterato, lo straniero e l’incolto avranno difficoltà insormontabili a capire; se, al contrario, si usa un linguaggio troppo infantile e semplificato, certi argomenti saranno trattati in modo superficiale o incompleto e lo stile allontanerà i lettori più “scafati”. È per questo che il punto di controllo 14.1, dopo aver raccomandato di usare un linguaggio chiaro e semplice al massimo grado possibile, precisa che deve essere appropriato al contenuto di un sito. È una precisazione essenziale: non si può spiegare la teoria della relatività con le parole che si userebbero per far capire le tabelline a un bambino di sette anni. Ogni argomento necessita di uno stile e soprattutto di un lessico appropriati.
Ciò premesso, come si fa ad applicare il punto di controllo 14.1? Come ci si assicura di aver usato davvero il linguaggio più semplice e più chiaro in relazione all’argomento trattato? Una risposta è contenuta nel paragrafo 5.1 Writing style
delle Tecniche di base per le WCAG 1.0, che contiene sette suggerimenti per gli autori di testi per il Web. Li riportiamo di seguito in traduzione italiana.
- Sforzatevi di rendere chiari e accurati i titoli e le descrizioni dei collegamenti. Ciò vuol dire usare testi dei collegamenti che siano concisi e che abbiano senso quando letti fuori contesto o come parte di una serie di link (alcuni utenti navigano saltando da link a link e ascoltando solo il loro testo). Usate titoli informativi, in modo che gli utenti che cercano informazioni possano scorrere rapidamente la pagina piuttosto che leggerla in dettaglio.
- Specificate l’argomento della frase o del paragrafo al loro inizio [si veda il commento al punto di controllo 13.8, nel Capitolo 18].
- Limitate ciascun paragrafo a una sola idea principale.
- Evitate gerghi, linguaggi settoriali e accezioni specialistiche di parole familiari, a meno che non siano definite all’interno del documento.
- Utilizzate di preferenza parole di uso comune. Per esempio, usate “cominciare” invece di “principiare” e “provare” invece di “esperire”.
- Usate la forma attiva piuttosto che la forma passiva dei verbi.
- Evitate strutture del periodo complesse.
La Direttiva sulla semplificazione del linguaggio delle pubbliche amministrazioni
Le sette regole proposte dalle Tecniche WCAG hanno più di un’affinità con le regole di scrittura contenute nella Direttiva sulla semplificazione del linguaggio delle Pubbliche amministrazioni
, emanata il 24 ottobre 2005 dall’allora Ministro della Funzione Pubblica Baccini. Data la pertinenza con il tema che stiamo trattando, ci sembra utile illustrare alcuni contenuti della Direttiva, tanto più che il linguaggio amministrativo è di certo tra quelli che più abbisognano di chiarezza e di semplicità, così come richiesto dal punto di controllo 14.1 delle WCAG 1.0.
Identificare finalità, contenuti e destinatari
La Direttiva è suddivisa in quattro parti, di cui ci interessa la prima, intitolata “Scrivere un testo”. In questa parte vengono enunciate quattro regole per scrivere un buon testo amministrativo:
- rendere evidenti le finalità e i contenuti;
- identificare i destinatari;
- curare la leggibilità;
- curare la comprensibilità.
Il primo punto è così spiegato:
Chi scrive deve avere chiari finalità e contenuti del testo. Solo così atti amministrativi e documenti informativi diventano leggibili e comprensibili per tutti. Ad esempio, vanno sciolte le eventuali ambiguità di norme e procedure. Ma pure resi chiari i modi con cui il cittadino accede a un servizio.
Circa l’identificazione dei destinatari, la Direttiva spiega:
Un testo non viene elaborato in astratto. Va pensato in relazione ai suoi destinatari. Addetti ai lavori, singoli cittadini, un gruppo di essi, il loro universo. Quando ci rivolgiamo a tutti, dobbiamo pensare al destinatario meno istruito. Leggibile e comprensibile è appunto un testo assimilato presto e senza difficoltà.
Semplificare il lessico
La leggibilità – continua il testo della Direttiva – si fonda sul lessico (cioè la scelta delle parole) e sulla sintassi (la concatenazione delle parole e delle frasi).
Per quanto riguarda il lessico, i suggerimenti sono in parte simili a quelli forniti dalle Tecniche per le WCAG 1.0 elencati più sopra. Quanto meno vanno nella medesima direzione. Li possiamo perciò considerare più che adatti a integrare i suggerimenti delle Tecniche, se vogliamo tentare di soddisfare al meglio la richiesta del punto di controllo 14.1 (anche per testi diversi da quelli di tipo amministrativo):
- preferire le parole brevi;
- scegliere le parole del linguaggio comune;
- rinunciare ad arcaismi, neologismi, latinismi (invece di “dianzi”, “poco prima”; invece di “all’uopo”, “allo scopo”; invece di “esternalizzare”, “affidare all’esterno”, invece di “conviventi more uxorio”, “coppie conviventi”);
- limitare il ricorso alle sigle e spiegare quelle che non sono di uso comune;
- scegliere le parole del linguaggio comune invece che quelle tipiche di un settore, quando sono più difficili del necessario e possono essere sostituite (per esempio, “pagamento” invece di “oblazione”, “richiesta” invece di “istanza”; “ordine” invece di “ingiunzione”, “annullare” o “timbrare” invece di “obliterare”);
- rinunciare a perifrasi non necessarie (invece di “provvedimento esecutivo di rilascio”, “sfratto”; invece di “condizione ostativa”, “impedimento”);
- evitare le parole straniere (invece di “planning”, “piano”; invece di “meeting”, “riunione”; sono però accettabili i termini stranieri entrati nell’uso corrente: meglio “mouse” di “selezionatore di video”);
- ricorrere quando è necessario a note esplicative.
Semplificare la sintassi
Per la semplificazione della sintassi, i suggerimenti principali della Direttiva ministeriale sono i seguenti:
- preferire frasi brevi formate da meno di 15 parole;
- evitare periodi con più di 40 parole (che significa non usare più di tre frasi in uno stesso periodo, possibilmente evitando gli incisi);
- usare se possibile la forma attiva;
- limitare l’uso della costruzione impersonale.
Consideriamo il periodo:
Il programma scientifico e gli aspetti logistici sono curati dal Gruppo di Storia della Fisica.
Contiene un tipico appesantimento burocratico: l’uso della forma passiva del verbo. Passando alla forma attiva, è possibile riscriverlo così:
Il Gruppo di Storia della Fisica ha curato il programma scientifico e gli aspetti logistici.
L’ultimo dei quattro suggerimenti elencati per la sintassi riguarda l’uso delle forme impersonali, anch’esso tanto caro al linguaggio delle amministrazioni. Eccone un esempio:
Si allega il programma e la scheda di iscrizione.
Se eliminiamo la forma impersonale, diventa:
Alleghiamo il programma e la scheda di iscrizione.
Migliorare la comprensibilità
Il quarto e ultimo punto riguarda la comprensibilità dei testi scritti. Anche in questo caso, possiamo considerare i suggerimenti contenuti nella Direttiva ministeriale più che adatti a valere come linee guida per scrivere testi chiari e semplici, come richiede il punto di controllo 14.1. Leggiamoli:
La comprensibilità di un testo si fonda tra l’altro:
- su un impianto logico e lineare;
- sull’assenza di riferimenti impliciti.
Ad esempio è necessario:
- ricorrere a una chiara sequenza degli argomenti;
- evidenziare le informazioni più importanti rispetto a quelle secondarie;
- privilegiare il caso generale rispetto all’eccezione;
- limitare i riferimenti a norme, questioni, fatti non esplicitati nel testo;
- non citare termini, concetti o situazioni ignoti o poco noti;
- ricorrere nei casi di necessità a note di chiarimento.
Presentare esempi chiarificatori per ciascuno dei suggerimenti sopra riportati sarebbe troppo lungo e va al di là degli scopi di questo libro. Non mancano, in ogni caso, per chi desidera approfondire, i manuali di stile, in grado di fornire tutti gli esempi e i chiarimenti necessari a scrivere testi semplici ed efficaci.
[Inizio approfondimento] Riferimenti bibliografici
Tra i vari testi sull’argomento, citiamo: Manuale di stile, a cura di Alfredo Fioritto (Il Mulino, 1997); La scrittura burocratica. La lingua e l’organizzazione del testo, di Tommaso Raso (Carocci, 2005); Guida alla scrittura istituzionale, di Michele Cortelazzo e Federica Pellegrino (Laterza, 2003); Manuale di scrittura, di Domenico Fiormonte e Fernanda Cremascoli (Bollati Boringhieri, 1998); la terza parte del già citato Progettare e scrivere per Internet, di Giovanni Acerboni (McGraw-Hill, 2005). Tra i testi disponibili sul Web, il più completo è probabilmente Il manuale di scrittura amministrativa
, pubblicato nel 2003 dall’Agenzia delle Entrate. Segnaliamo anche il Corso di scrittura professionale per gli uffici e la Pubblica Amministrazione
, di Tommaso Raso, Alessandra Visentin e Cristina Gavagnin, che però è a pagamento. Sul sito Il mestiere di scrivere
di Luisa Carrada è disponibile un’ampia bibliografia di libri utili per lo scrittore professionale, compresi testi che si occupano del linguaggio amministrativo e testi dedicati alla scrittura per il Web. [Fine approfondimento]
Strumenti per la misurazione automatica della leggibilità
Scrivere in modo chiaro e semplice è certamente un obiettivo degno di essere perseguito, anche al di là della necessità di soddisfare il punto di controllo 14.1. Come accertarsi, però, di esserci riusciti? Le Tecniche di base per le WCAG 1.0 consigliano di fare una valutazione automatica della leggibilità usando il cosiddetto indice Gunning-Fog:
Per aiutare a determinare se il vostro documento è semplice da leggere, considerate la possibilità di usare l’indice di leggibilità Gunning-Fog (…). Questo algoritmo produce generalmente un punteggio minore quando il contenuto è più facile da leggere. Per esempio, la Bibbia, Shakespeare, Mark Twain e la guida TV hanno tutti indici Fog [“nebbia”, in italiano] intorno a 6. Time, Newsweek e il Wall St. Journal hanno un indice Fog di circa 11.
Questo indice, creato dall’americano Robert Gunning nel 1952, si riferisce al numero di anni di formazione scolastica necessari per comprendere il testo a cui è riferito. Ciò vuol dire che un indice 6, come quello ottenuto dalla Bibbia e dalle opere di Shakesperare, corrisponde a un testo che richiede, per essere compreso, almeno sei anni di studi scolastici (all’incirca il livello di una prima media, in Italia). Un indice 11, come quello che le Tecniche WCAG attribuiscono agli articoli di Time e di Newsweek, corrisponde invece a una capacità di lettura paragonabile a quella di uno studente del terzo anno delle superiori.
L’indice Gunning-Fog si ottiene per mezzo di un calcolo che tiene conto della lunghezza media delle parole e del numero medio di parole in ogni frase. L’assunto è che più le parole e le frasi sono brevi, più il testo sarà comprensibile con facilità. Benché l’assunto sia sostanzialmente corretto, non sempre è vero che le parole lunghe sono difficili (le italiane “televisione” e “materasso”, per esempio, non lo sono). Inoltre, quest’indice è tarato specificamente per la lingua inglese. Poiché la nostra lingua ha parole e frasi mediamente più lunghe dell’inglese, i testi in italiano ottengono in genere indici Gunning-Fog troppo alti rispetto alla loro reale difficoltà.
[Inizio approfondimento] Misurare l’indice Gunning-Fog dei documenti sul Web
Chi desidera misurare l’indice Gunning-Fog
di un qualsiasi documento presente sul Web, può utilizzare il servizio disponibile sul sito web Juicy Studio. [Fine approfondimento]
Esistono per la verità parecchi altri metodi automatici per calcolare la leggibilità di un testo. Due dei più diffusi sono il Flesch–Kincaid Grade Level e il Flesch Reading Ease. Il primo indica, come il Gunning-Fog, il livello di scolarità necessario per comprendere con facilità un testo. Lo fa però con un meccanismo diverso: il calcolo non viene eseguito sul numero di caratteri di una parola, ma sul numero delle sillabe. Cambiano poi anche i parametri numerici che concorrono al calcolo dell’indice.
Il Flesch Reading Ease esegue il suo calcolo sui medesimi dati del Flesch–Kincaid Grade Level, cioè la lunghezza media delle frasi e il numero medio di sillabe per parola, ma, invece di produrre un numero che indica gli anni di scolarità necessari a capire il testo, produce un valore, compreso tra 0 e 100, che rappresenta l’indice di leggibilità: più il valore si avvicina a 100, più il testo è facile da capire, più il valore tende a 0, più è difficile capirlo. In linea di massima, un indice tra 90 e 100 si ottiene per testi che possono essere compresi facilmente da chi possiede l’equivalente di una licenza elementare; punteggi tra 60 e 70 sono tipici di testi che possono essere compresi da chi ha l’equivalente di una licenza di scuola media; punteggi al di sotto di 30 sono tipici di testi adatti solo a un laureato. Il Flesch Reading Ease è stato adottato come standard governativo negli Stati Uniti; molti documenti e moduli prodotti dalle agenzie governative statunitensi possono essere pubblicati solo se superano una certa soglia di leggibilità, stabilita con questo indice.
Un adattamento del Flesch Reading Ease alla lingua italiana è stato compiuto nel 1972, e poi rivisto nel 1986, dall’italiano Roberto Vacca (Indice di Flesch-Vacca).
Un altro indice di leggibilità è lo SMOG Grading, dove la sigla SMOG sta per Simple Measure of Gobbledygook (“misurazione semplificata del linguaggio incomprensibile”). Inventato nel 1969 da G. Harry Mc Laughlin, misura come il Gunning-Fog l’indice di scolarità necessario a comprendere un testo; lo fa prendendo a campione trenta frasi – di cui dieci all’inizio, dieci nel centro e dieci alla fine del testo – e calcolando il rapporto tra parole lunghe (composte da almeno tre sillabe) e frasi, secondo determinati parametri numerici. È possibile calcolare l’indice SMOG di leggibilità di un testo, usando il modulo alla pagina web http://www.harrymclaughlin.com/SMOG.htm
.
I limiti di una valutazione non semantica della leggibilità
Gli indici di leggibilità che abbiamo descritto sommariamente nel paragrafo precedente hanno due difetti. Il primo è legato alla lingua: si tratta di indici pensati e tarati per valutare la comprensibilità dei testi scritti in inglese; perciò i risultati, con testi scritti in altre lingue, possono non essere misure adeguate della loro comprensibilità.
Il secondo difetto è legato alla semantica: tutti gli indici finora analizzati non considerano minimamente il significato delle parole e delle frasi, ma solo la loro rispettiva lunghezza. Ciò può portare a risultati paradossali. Consideriamo, per esempio, la seguente lista.
Cosa rappresentano queste sigle? H. He. Li. Be. B. C. N. O. F. Ne. Na. Mg. Al. Si. P. S. Cl. Ar. K. Ca. Sc. Ti. V. Cr. Mn. Fe. Co. Ni. Cu. Zn. Ga. Ge. As. Se. Br. Kr. Rb. Sr. Y. Zr. Nb. Mo. Tc. Ru. Rh. Pd. Ag. Cd. In. Sn. Sb. Te. I. Xe. Cs. Ba. Lu. Hf. Ta. W. Re. Os. Ir. Pt. Au. Hg. Tl.
Le sigle sono prese dalla tabella periodica degli elementi. Rappresentano idrogeno, elio, litio ecc. Se calcoliamo l’indice Gunning-Fog di questa lista, otteniamo un valore di 0,981. Vuol dire che è un testo considerato comprensibile anche da bambini di prima elementare, cosa che evidentemente non è. Perché l’indice è così basso? Perché il calcolo automatico considera come frasi tutte le stringhe di testo tra due punti fermi: usando il punto come separatore, abbiamo ottenuto un numero altissimo di “frasi” di una sola parola. Per giunta si tratta di parole brevissime, costituite da una o al massimo due lettere: la situazione tipica di un testo di massima comprensibilità… se non fosse che si tratta di sigle di elementi chimici e non di un testo discorsivo. Ma l’indice Gunning-Fog, calcolato automaticamente, non è in grado di accorgersene.
Se, poi, cambiamo i punti di separazione in virgole, il risultato cambia clamorosamente: otteniamo un nuovo valore dell’indice Gunning-Fog pari a 14,76, che sta a indicare uno scritto che richiede quasi quindici anni di formazione scolastica (statunitense) per essere compreso. Abbiamo dunque un medesimo testo che, da elementarissimo, diventa improvvisamente quasi incomprensibile, solo per aver cambiato i punti in virgole: in seguito alla trasformazione, infatti, tutta la lista di elementi chimici viene considerata dall’algoritmo che calcola l’indice come una sola, lunghissima frase, segno di pessima leggibilità.
Tale esempio dimostra che, in particolari circostanze (non necessariamente rare), la valutazione automatica della leggibilità, se non tiene conto in alcun modo dei significati delle parole, può dare risultati inattendibili, per non dire fuorvianti.
L’indice Gulpease
Verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, il Gruppo Universitario Linguistico Pedagogico (GULP), istituito presso l’Istituto di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, condusse un approfondito studio su un’ampia mole di testi in lingua italiana, con lo scopo di produrre un indice di leggibilità adatto alla nostra lingua, in grado di competere per attendibilità delle misurazioni con gli ormai collaudati indici americani.
Il risultato di questo lavoro fu l’indice Gulpease, che veniva così a colmare la mancanza di strumenti nativamente italiani per la misurazione della leggibilità dei testi (l’indice di Flesch-Vacca è un adattamento di uno strumento nato per la lingua inglese).
La formula per calcolare l’indice Gulpease è la seguente: 89 – LP/10 + 3 × FR, dove LP è il totale delle lettere moltiplicato 100, diviso per il totale delle parole, mentre FR è il totale delle frasi moltiplicato 100, diviso anch’esso per il totale delle parole. Per rendere automatica la misurazione dell’indice, occorre trovare un algoritmo che calcoli:
- il numero di lettere che compongono ciascuna parola in un testo;
- il numero di parole che compongono il testo;
- il numero di frasi che compongono il testo.
Le difficoltà riguardano soprattutto la necessità di determinare con la maggior approssimazione possibile dove comincia e dove finisce ciascuna frase, cosa che è tanto più difficile quanto più la punteggiatura nel testo da valutare è carente o usata impropriamente. Sono stati comunque messi a punto negli anni scorsi software come AutoGulp ed Èulogos SLI (Sistema Lessicale Integrato), che sono in grado di effettuare una misurazione automatica molto attendibile dell’indice Gulpease.
Tale indice, a differenza degli altri di cui abbiamo parlato finora, non rappresenta una misura unica di leggibilità, ma una misura variabile a seconda del livello di scolarità dei destinatari del testo.
Sono definite cinque soglie di leggibilità: molto facile, facile, difficile, molto difficile, quasi incomprensibile. Dato un indice Gulpease compreso tra 0 (leggibilità nulla) e 100 (leggibilità massima), le cinque soglie sono riferite a tre diversi tipi di destinatari: persone con licenza elementare, persone con licenza media, persone con diploma superiore. Poniamo il caso di avere un testo con indice Gulpease di 45. Confrontando il dato con la scala dei valori pubblicata sul sito della società Èulogos
, scopriamo che un testo con indice 45 è quasi incomprensibile per chi ha solo la licenza elementare, è molto difficile per chi ha la licenza media, risulta facile, invece, per chi è in possesso di un diploma superiore. Schematizzando: i lettori che hanno un’istruzione elementare leggono facilmente i testi che hanno un indice compreso tra 80 e 100; i lettori che hanno un’istruzione media leggono facilmente i testi che hanno un indice compreso tra 60 e 100; i lettori che hanno un’istruzione superiore leggono facilmente i testi che hanno un indice compreso tra 40 e 100.
Purtroppo i testi presenti sui siti della Pubblica Amministrazione italiana sono ancor oggi in buona parte inaccessibili, nel senso che hanno spesso indici Gulpease inferiori a 50: ciò vuol dire che sono molto difficili per chi ha un’istruzione media e quasi incomprensibili per chi ha un’istruzione elementare (a queste due categorie appartiene tuttora la maggior parte della popolazione italiana).
Per fare solo un esempio tra i tanti possibili, abbiamo calcolato l’indice Gulpease della breve guida all’Unione Europea, presente sul sito del Ministero degli Esteri
. È risultato un indice di 44,80: la guida può dunque essere capita con facilità solo da chi possiede un’istruzione superiore.
Il Vocabolario di Base della lingua italiana (VdB)
La valutazione automatica della comprensibilità di un testo, se vuole essere veramente attendibile, deve tenere conto sia delle caratteristiche morfosintattiche della lingua in cui è scritto il testo (lunghezza media delle parole e delle frasi, prefissi, suffissi, divisione in sillabe ecc.) sia della semantica, cioè dei significati delle parole utilizzate.
Dal punto di vista di noi italiani, l’indice Gulpease risolve il primo problema, perché è stato tarato specificamente sulle caratteristiche della nostra lingua. Il secondo problema, quello semantico, può essere affrontato, invece, confrontando i testi da analizzare con il Vocabolario di Base della lingua italiana (o VdB).
Questo vocabolario, la cui compilazione si deve al linguista Tullio De Mauro (1989), comprende all’incirca 7000 parole, suddivise in tre gruppi, chiamati rispettivamente: vocabolario fondamentale, vocabolario di alto uso e vocabolario di alta disponibilità.
Per spiegare cosa rappresentano queste tre suddivisioni e quale sia l’importanza del Vocabolario di Base della lingua italiana per la stesura di testi chiari, semplici e largamente comprensibili, ci serviamo delle parole di Ilaria Comar, una delle autrici del già citato Manuale di scrittura amministrativa, pubblicato dall’Agenzia delle Entrate. Il brano che riportiamo è tratto dal sesto capitolo (Il lessico nei testi amministrativi), mentre le citazioni al suo interno provengono da Guida allo studio delle parole, di Tullio De Mauro (Editori Riuniti, 1997).
Usare lo stesso codice linguistico non significa soltanto parlare in lingua italiana, significa usare parole che il destinatario è in grado di capire. […]
De Mauro, analizzando il lessico della lingua italiana, lo paragona a una “grande sfera” all’interno della quale si possono individuare diversi insiemi concentrici.
Nell’insieme più esterno si trovano “i termini di linguaggi speciali che non escono fuori dei libri, articoli, discorsi fatti da particolari categorie […]”. Esistono però parole dei linguaggi speciali o di aree locali, che vengono comprese e usate anche da persone che non sono specialisti del settore o che vivono in regioni diverse da quella di origine del termine. Per esempio, “equazione è un termine fondamentalmente matematico, penicillina è un termine farmaceutico e medico, inflazione è economico, eclisse è astronomico, preposizione è grammaticale, affluente è geografico” e così via. Dunque molte persone di diverse categorie socioculturali e aree geografiche hanno una competenza lessicale attiva relativamente a questi vocaboli. Queste parole appartengono al vocabolario comune di una lingua.
Il vocabolario comune contiene a sua volta altri sottoinsiemi concentrici. Quello più ampio rappresenta il vocabolario di base e contiene circa 7.000 vocaboli generalmente compresi e usati dalle persone che hanno frequentato la scuola fino alla terza media. All’interno del vocabolario di base possono essere individuate tre ripartizioni relative al grado di diffusione e di uso del singolo termine: il vocabolario di alta disponibilità (circa 2.300 termini appartenenti alla vita quotidiana, che ci sono ben noti ma che raramente ci capita di dire o di scrivere), il vocabolario di alto uso (circa 2.750 termini che usiamo con altissima frequenza) e infine il vocabolario fondamentale. Esso è rappresentato dal sottoinsieme più interno compreso nel vocabolario di base e conta circa 2.000 termini. È formato “dai vocaboli che chi parla una lingua ed è uscito dall’infanzia conosce, capisce e usa […] sono le parole note alla generalità degli italiani che abbiano fatto studi elementari”. Il vocabolario fondamentale rappresenta insomma l’insieme di parole con cui la stragrande maggioranza degli italiani riesce a comunicare.
Pensiamo d’altro canto che in Italia il 26% della popolazione non è in grado di leggere e capire un testo breve: è quindi fondamentale che l’autore abbia un’idea dei termini conosciuti dal destinatario, in modo da selezionare le parole più adeguate per agevolarlo nella decodifica del messaggio. La comunicazione avrà successo solo se gli interlocutori conoscono le parole che compongono il testo, orale o scritto che sia.
Scegliere le parole giuste è questione d’importanza capitale per l’accessibilità. Se vogliamo scrivere un testo in italiano che sia il più chiaro e semplice possibile, destinato a un pubblico generico che potrebbe contenere incolti e stranieri con basso grado di conoscenza della nostra lingua, dobbiamo usare soprattutto termini contenuti nel vocabolario fondamentale: per intenderci, parole come automobile, azzurro, buongiorno, biancheria, chilometro, consumare, diverso, difensore, fantasia, fumo, fuoco, ospedale, occupazione, permesso, telefono, villa, zio.
[Inizio approfondimento] L’elenco completo delle parole del Vocabolario di Base della lingua italiana
Chi desidera consultare l’elenco completo delle parole contenute nelle tre ripartizioni del vocabolario di base della lingua italiana, può servirsi del lemmario presente sul sito web della casa editrice Paravia
. [Fine approfondimento]
Controllo automatico della conformità di un testo al VdB
È possibile controllare automaticamente il grado di conformità di un testo al VdB della lingua italiana? Sì, usando per esempio il sistema automatico Censor di Èulogos
che è gratuito per documenti fino a 32 kB. Inviando all’indirizzo censor.server@eulogos.net un messaggio di posta elettronica, contenente in allegato il testo che si vuole fare analizzare, si riceverà in risposta un file HTML ricco di informazioni, tra le quali l’indice Gulpease del testo analizzato e una serie di dati statistici sulle parole in esso contenute.
Come si può vedere dallo specchietto riassuntivo in Figura 19.1, il servizio automatico di Èulogos Censor indica esattamente quante parole non riconducibili al VdB sono presenti nel testo analizzato e quale è la loro percentuale rispetto al totale. Oltre al dato generale, fornisce anche l’elenco dettagliato di tutte le parole non appartenenti al VdB presenti nel testo.
Come usare la valutazione automatica di Èulogos per migliorare la comprensibilità dei testi
L’indice Gulpease e le statistiche che mettono in relazione il lessico usato in un testo con i tre livelli del Vocabolario di Base sono informazioni complementari: gli autori dovrebbero giovarsi di entrambe, confrontarle accuratamente, se desiderano migliorare davvero la leggibilità dei propri testi. Né l’indice Gulpease né le statistiche lessicali, infatti, bastano da sole a dare la garanzia di aver raggiunto una sufficiente chiarezza di esposizione. L’indice, essendo un calcolo effettuato sulla lunghezza media delle parole e delle frasi, può essere reso inattendibile da testi particolari, come la tabella degli elementi chimici presentata nel paragrafo I limiti di una valutazione non semantica della leggibilità. Il tentativo di basarsi solo su termini appartenenti al Vocabolario di Base può essere anch’esso fuorviante, perché, ai fini della comprensibilità, è determinante non solo la scelta delle parole, ma anche la sintassi, cioè la concatenazione delle frasi.
Figura 19.1. I dati di sintesi contenuti nella valutazione automatica di Èulogos Censor, svolta sul testo della breve guida all’Unione Europea, presente sul sito del Ministero degli Esteri.
Figura 19.2. L’analisi testuale di Èulogos Censor mette in evidenza le parole che non appartengono al VdB. I numeri sulla destra rappresentano l’indice Gulpease delle singole frasi che compongono il brano analizzato.
Cosa si può dedurre, per esempio, dal confronto tra indice Gulpease e scelte lessicali, nel brano sul sito del Ministero degli Esteri illustrato nelle Figure 19.1 e 19.2? Mentre l’indice Gulpease di 44,80 indica che siamo in presenza di un testo molto difficile per i lettori con un livello d’istruzione inferiore, d’altra parte troviamo che solo il 14,3% delle parole non fa parte del Vocabolario di Base. Di queste, una buona parte sono date e nomi propri, cioè parole per le quali non esistono sostituti, facili o difficili. Delle parole che fanno parte del Vocabolario di base, l’86% appartiene al vocabolario fondamentale. Le scelte lessicali sono dunque sostanzialmente appropriate a una larga comprensibilità.
Cos’è, allora, che rende poco leggibile quel testo? La principale responsabile dell’oscurità è la sintassi. Le statistiche ci dicono, infatti, che, su un totale di 2360 parole, le frasi sono appena 78, con una lunghezza media di oltre 30 parole per ciascuna. Le frasi che ottengono l’indice Gulpease più alto sono le più brevi: Poco dopo arrivò anche la prima battuta d’arresto
e A Maastricht la Comunità diventa Unione
, che ottengono valori superiori, rispettivamente, a 76 e 82, indici di un’altissima leggibilità. Si tratta però di eccezioni: il testo è infarcito di periodi lunghi e complessi, pieni di incisi, che richiedono concentrazione e abitudine alla lettura per essere capiti.
Ecco un esempio per tutti: un interminabile periodo di 92 parole, in cui il soggetto della proposizione reggente (“la strada”) compare alla trentesima parola e il verbo principale (“fu imboccata”) alla quarantaduesima.
Sotto la spinta dei grandi mutamenti intervenuti sulla scena internazionale alla fine degli anni Ottanta con la “perestroika” lanciata da Mikhail Gorbaciov e la caduta del muro di Berlino, la strada che condusse alla moneta unica e all’attuale assetto istituzionale fu imboccata dai Paesi membri della Cee nel 1990 con l’entrata in vigore della prima fase dell’Unione economica e monetaria e con l’avvio, al Consiglio europeo di Roma, delle Conferenze intergovernative sull’Unione economica e monetaria e sull’Unione politica che si sarebbero poi concluse a Maastricht nel 1992 con la firma dell’omonimo Trattato.
Il periodo appena citato non solo abbassa l’indice Gulpease del testo da cui è tratto, ma viola quasi tutte le regole per una sintassi semplice e comprensibile, che abbiamo elencato nel paragrafo Semplificare la sintassi: lì si suggeriva di preferire frasi di non più di 15 parole e di eliminare i periodi di oltre 40 parole, qui abbiamo un unico periodo di 92 parole; lì si suggeriva di utilizzare di preferenza la forma attiva e qui si usa la passiva (“fu imboccata”); lì si raccomandava di rendere le frasi coordinate, qui invece c’è un intreccio di subordinate e di incisi intorno a un’unica proposizione reggente. Il periodo citato non è, insomma, un esempio di scrittura accessibile.
La rivista “dueparole”, un esempio di chiarezza
Scrivere in modo accessibile significa scrivere innanzitutto per farsi capire. E tanto più è difficile farsi capire, quanto più la materia di cui si scrive è complessa e il pubblico a cui ci si rivolge è indifferenziato e potenzialmente incolto. Per farsi capire anche da un pubblico con competenze linguistiche elementari, come è dovere di chi svolge un servizio pubblico rivolto al cittadino, è necessario usare diverse precauzioni. Tra queste, le più importanti probabilmente sono:
- ricondurre quanto più possibile il lessico alle parole contenute nel Vocabolario di Base della lingua italiana, con preferenza per quelle che fanno parte del vocabolario fondamentale;
- servirsi di una sintassi semplice (frasi brevi, possibilmente coordinate, con verbi preferibilmente in forma attiva);
- organizzare le informazioni in modo progressivo, dal semplice al complesso, dal conosciuto allo sconosciuto, spiegando le nozioni nuove a mano a mano che vengono introdotte.
L’ultimo punto è particolarmente importante. Non sempre è possibile scrivere testi che contengono solo ed esclusivamente parole scelte tra le circa settemila del Vocabolario di Base della lingua italiana. Tra queste non vi sono, infatti, nomi propri né date né molti termini per indicare fatti, oggetti e situazioni relativamente comuni nella vita quotidiana delle persone: cose di cui può essere necessario parlare in scritti destinati anche a un pubblico con competenze linguistiche elementari (le parole “artrite” e “diabete”, per fare solo due tra i tanti esempi possibili, non sono presenti in nessuno dei tre livelli del VdB, ma sicuramente interessano un pubblico di anziani e di malati di ogni grado d’istruzione). Come fare allora a inserire termini insoliti o specialistici in uno scritto destinato a un largo pubblico, senza peggiorare irrimediabilmente la comprensibilità del testo? Occorre usare un metodo progressivo, che vada dal semplice al complesso, dal noto all’ignoto.
Il mensile dueparole
fornisce alcuni esempi di questo metodo. Diffuso all’inizio in forma cartacea, ma ora pubblicato solo sul Web, dueparole nasce proprio per soddisfare l’esigenza di testi informativi di massima chiarezza e semplicità, destinati a un pubblico dotato di limitate competenze linguistiche. Riportiamo di seguito l’articolo di prima pagina tratto dal numero di maggio 2006 della rivista, che, al momento in cui scriviamo, è anche l’ultimo disponibile online. Si noti come ogni concetto introdotto venga immediatamente definito (Costituzione, referendum, tipi di referendum): in tal modo, tutta l’informazione contenuta nell’articolo può essere perfettamente e completamente compresa dal lettore, purché gli siano note le parole del vocabolario di base usate nel testo.
Il “referendum” di giugno 2006
Il 25 e il 26 giugno 2006 i cittadini italiani hanno votato per il referendum costituzionale confermativo della “Legge di modifica alla seconda parte della Costituzione”. Referendum è una parola latina e indica la votazione con la quale tutti i cittadini decidono direttamente qualcosa.
Con il referendum di giugno 2006 i cittadini italiani dovevano decidere se approvare o se bocciare le modifiche alla Costituzione italiana decise dai deputati e senatori del centro-destra, nel novembre 2005.
La Costituzione è l’insieme delle leggi più importanti della Repubblica italiana.
La Costituzione italiana prevede 4 tipi di referendum: abrogativo, territoriale, consultivo e costituzionale. Con il referendum abrogativo i cittadini decidono di abrogare, cioè di cancellare in tutto o in parte una legge dello Stato italiano. Con il referendum territoriale e con il referendum consultivo i cittadini votano per esprimere un parere per unire o per separare una regione o per decidere se vogliono una nuova regione. Con il referendum costituzionale i cittadini votano per approvare o per cancellare alcune modifiche alla Costituzione. Nel referendum costituzionale di giugno 2006, la maggior parte dei cittadini italiani ha deciso di cancellare le modifiche alla Costituzione.
Considerazioni finali sulla comprensibilità dei testi
A conclusione di questo lungo commento dedicato al punto di controllo 14.1 delle WCAG 1.0, ci sembra opportuno richiamare l’attenzione del lettore su alcuni punti, da intendersi come riepilogo e promemoria, in vista di affrontare nel modo migliore la complessa questione dell’accessibilità dei testi:
- scrivere in modo accessibile vuol dire innanzitutto scrivere per farsi capire;
- scrivere per farsi capire significa tarare il discorso sulle capacità di comprensione del pubblico a cui ci si rivolge e, all’interno di un pubblico composito, sulle capacità dei lettori meno acculturati;
- l’accessibilità dei testi non è un fattore intrinseco, ma si ottiene al termine di un lungo e difficile lavoro di lima. Ogni testo che nasce specificamente per il Web ed è inserito in siti che pretendono di essere accessibili, dovrebbe essere attentamente letto, riletto e corretto, per adeguarlo ai criteri di massima semplicità e chiarezza di cui abbiamo reso conto fin qui;
- molti testi che si pubblicano sul Web non possono essere modificati per ovvi motivi (sono leggi, regolamenti, testi letterari, brevetti, articoli tratti da giornali o da riviste ecc.); tuttavia, i testi che non possono essere modificati, possono comunque essere accompagnati da note esplicative e glossari;
- per scrivere testi accessibili in italiano, è utile usare di preferenza le parole contenute nel vocabolario di base della lingua italiana e definire nel modo più chiaro quelle che non vi appartengono; è utile inoltre preferire le parole di uso comune, evitando gli arcaismi e, finché è possibile, l’uso di termini stranieri;
- per scrivere testi comprensibili a un pubblico in possesso di competenze linguistiche limitate, occorre sforzarsi di adoperare una sintassi elementare, fatta per lo più di frasi brevi e coordinate, di verbi in forma attiva, di sequenze soggetto → verbo → oggetto;
- la lettura a monitor stanca la vista più della lettura su carta: per tale motivo, i testi scritti per il Web dovrebbero essere non solo chiari e semplici, ma anche sintetici; un’esposizione sintetica è un pregio importante, almeno finché non diventa di ostacolo alla precisione e alla chiarezza del contenuto;
- per i testi scritti in italiano, è utile calcolare l’indice Gulpease (cercando di alzarlo se è troppo basso); allo stesso tempo, è utile usare strumenti automatici per verificare se, e in che misura, il lessico utilizzato appartiene al vocabolario di base della lingua italiana;
- le misurazioni automatiche non sono infallibili; sono strumenti di controllo al servizio di autori e redattori: a essi spetta interpretarle, confrontarle e stabilire fino a che punto sono indicative della comprensibilità di un testo;
- il confronto con redattori e lettori umani può aiutare l’autore a migliorare la comprensibilità di un testo più di quanto possono fare gli indici di leggibilità calcolati da un computer;
- una buona organizzazione strutturale facilita la comprensione dei testi: sommari, titoli ben visibili ed esplicativi, paragrafi limitati all’esposizione di una sola idea principale, parole chiave evidenziate col grassetto, concetti collegati organizzati in forma di elenco o di tabella sono tutti accorgimenti in grado di aiutare il lettore a “vedere” mentalmente la struttura di un testo, prima ancora di leggere i contenuti.
Punto di controllo 14.2, priorità 3
Integrare il testo con elementi grafici o presentazioni audio, se possono facilitare la comprensione della pagina.
Si rivolge a: autori, grafici, sviluppatori (tecnici del codice, tecnici di area multimediale).
Contenuti grafici e multimediali come integrazioni al testo
Il paragrafo 5.2 Multimedia equivalents
delle Tecniche di base per le WCAG 1.0 contiene alcune indicazioni di massima sulle condizioni in cui è utile integrare i testi con elementi grafici e multimediali:
Per le persone che non leggono bene o non leggono affatto, equivalenti multimediali (non testuali) possono facilitare la comprensione. Si tenga presente, però, che non sempre le presentazioni multimediali rendono il testo più facile da comprendere. Talvolta possono aumentare la confusione.
Esempi di contenuti multimediali che integrano il testo:
- un grafico di dati complessi, come i dati delle vendite di una società per lo scorso anno fiscale;
- una traduzione del testo in un filmato nella lingua dei segni. La lingua dei segni è molto diversa dalle lingue parlate. Per esempio, alcune persone che sono in grado di comunicare tramite la lingua americana dei segni non sono in grado di leggere l’inglese americano;
- registrazioni audio di musica, parlato o effetti sonori possono essere d’aiuto anche per chi non è in grado di leggere, ma può percepire le presentazioni audio. Benché il testo possa essere trasformato in discorso parlato da un sintetizzatore vocale, i cambiamenti nella voce registrata dello speaker possono convogliare informazioni che vanno perse attraverso la sintesi.
Le tre soluzioni proposte dal precedente brano – grafici, video di traduzioni nella lingua dei segni e registrazioni audio – sono tutte e tre importanti per l’accessibilità, ma possono essere implementate solo con un investimento di risorse, che non di rado non sono disponibili. Per tale ragione, soprattutto i filmati nella lingua dei segni si incontrano raramente nella navigazione sul Web: ne sono sprovvisti anche i siti che, per il resto, curano l’accessibilità in ogni dettaglio.
Immagini come supporto alla comprensione
L’integrazione dei testi con immagini esplicative è di gran lunga la precauzione più facile da implementare, delle tre riportate nella nota del W3C. Soprattutto nel caso di testi che spiegano procedure complesse o che forniscono dati numerici, accompagnare le informazioni testuali con diagrammi e grafici è essenziale per fornire ai lettori un aggancio visuale per la memoria e la comprensione.
Consideriamo un brano tratto da un articolo dell’edizione sul Web de Il Sole 24 Ore, intitolato L’automobile nel 2006 è costata agli italiani 160 miliardi di euro.
[…] L’auto rappresenta il 24% della spesa totale delle famiglie italiane, la terza voce nel bilancio dopo la casa e i consumi alimentari. La stima arriva dall’Unrae (l’associazione che raggruppa la case automobilistiche straniere) secondo cui nel solo acquisto di auto nuove (che nel 2006 sono ammontate a 2,3 milioni) gli italiani, comprese aziende e compagnie di noleggio, hanno sborsato 40,9 miliardi di euro con un aumento del 7,9% rispetto al 2005.
Malgrado i prezzi dei listini siano aumentati in linea con la crescita Istat infatti, gli italiani hanno scelto modelli più costosi tra cui i fuoristrada, le station wagon o i Suv. Novità invece sui costi di gestione. Per la prima volta, secondo l’Unrae i costi dell’assicurazione sono cresciuti dell’1,4%, a un ritmo inferiore al tasso di inflazione a quota 16,89 miliardi. [...]. Molto alto invece l’incremento dei costi di carburante che sono saliti del 6,7% a 37,1 miliardi. Stabili o in lieve crescita i costi di manutenzione o riparazione (+0,8% a 23,4 miliardi), i pedaggi autostradali (+1,1% a 3,5 miliardi) e le tasse automobilistiche (+1,8% a 4 miliardi). In decisa salita i costi degli pneumatici (+15,4% a 6,2 miliardi) e i parcheggi (+8,4% a 7,4 miliardi) che si sono estesi anche alle periferie e i piccoli centri. […]
L’articolo continua snocciolando dati e cifre, ma non è corredato da alcun grafico, per cui l’assimilazione di tutte le informazioni e soprattutto la loro messa in relazione sono lasciate alla memoria e alla capacità di elaborazione mentale del lettore. Sarebbe stato possibile facilitare il raffronto dei dati, se il redattore avesse aggiunto all’articolo qualche grafico, come quello riportato in Figura 19.3, che abbiamo realizzato a titolo d’esempio.
Figura 19.3. Grafico ricavato dalle informazioni testuali contenute in un articolo de “Il Sole 24 Ore”.
Il grafico non aggiunge nuovi dati all’articolo, ma permette di raffrontarli in modo più diretto di quanto sia possibile solo leggendo o ascoltando il testo. Osservando il grafico, appare evidente, per esempio, che l’incremento di costo di pneumatici, parcheggi e carburante tra 2005 e 2006 è stato molto maggiore dell’incremento di costo dei pedaggi autostradali.
[Inizio approfondimento] Grafici più accessibili con SVG, supporto permettendo…
È quasi inutile aggiungere che un grafico in forma di immagine è accessibile a un non vedente solo nella misura in cui è corredato da adeguati testi alternativi. Per creare grafici e diagrammi con contenuti direttamente accessibili, lo strumento migliore è il linguaggio di marcatura SVG, che permette di associare la rappresentazione grafica desiderata a contenuti XML altamente strutturati (http://www.w3.org/TR/SVG-access/
). Purtroppo, allo stato attuale, i visualizzatori di contenuti SVG non forniscono supporto per gli screen reader, il che vanifica per buona parte l’utilità di realizzare grafici con SVG. [Fine approfondimento]
Grafici e diagrammi a parte, vi sono situazioni in cui le immagini sono un corredo importante per la comprensione e l’apprendimento. Ciò si verifica quando il testo descrive oggetti che hanno caratteristiche fisiche peculiari, che richiedono di essere viste: solo chi le vede, infatti, può associare alla mera descrizione testuale un oggetto ben preciso, che in seguito potrà ricordare e riconoscere.
Consideriamo, per esempio, la descrizione della testa di un terrificante pesce preistorico, il Dunkleosteus terrelli, tratta da un articolo di Wikipedia.
La testa ed i primi tre metri del corpo del Dunkleosteus erano coperti da placche ossee molto dure, mentre la parte posteriore e la coda non erano corazzate. Questo animale aveva una speciale articolazione nella corazza tra la testa ed il torace, che probabilmente serviva a incrementare l’angolo di apertura della bocca. Le mascelle del Dunkleosteus erano dotate di piastre gnatali, strutture simili a spessi e aguzzi denti e di funzione chiaramente analoga.
È una descrizione precisa, ma chiunque non abbia mai visto una foto delle ossa fossili del cranio dell’animale, si starà probabilmente chiedendo: “Sì, ma com’era fatto? Che forma hanno la testa e le piastre che sostituiscono i denti?” L’articolo di Wikipedia italiana è stato aggiornato di recente con una foto del pesce fossile, che permette di associare un’immagine alla descrizione testuale, con indubbio beneficio per la comprensione.
Figura 19.4. Un cranio di Dunkleosteus terrelli
. Grazie alla foto, è possibile associare alla descrizione testuale di questo fossile un oggetto riconoscibile.
Talvolta le immagini non sono disponibili per questioni di diritti, altre volte si evita di realizzarle per mancanza di tempo o di risorse. Tuttavia, ogni volta che un testo parla di cose, azioni o esseri che hanno una struttura complessa e peculiare, sarebbe utile inserire a corredo appropriate immagini esplicative. La loro mancanza non rende il testo inaccessibile in assoluto (altrimenti i non vedenti sarebbero condannati a non poter capire ciò che leggono), ma lo rende meno completo e meno utile per l’apprendimento. In mancanza di fotografie, anche uno schema disegnato serve egregiamente allo scopo di aiutare il lettore a comprendere meglio il testo.
La lingua dei segni, anzi le lingue dei segni
La lingua dei segni è lo strumento con cui comunica la comunità dei segnanti, fatta di persone sorde o troppo deboli d’udito, che non hanno imparato a comunicare con la voce. È una vera e propria lingua, che si parla col corpo e si percepisce con la vista. È dotata di un lessico e di una grammatica complessi, che consentono di formulare qualsiasi messaggio. I segni si caratterizzano per la configurazione, l’orientamento, la posizione e il movimento. I significati vengono inoltre trasmessi dalla postura e dalle espressioni facciali del segnante.
Ma cosa c’entra la lingua dei segni con l’accessibilità del Web? Non può un sordo leggere semplicemente i testi scritti? Certo che può, ma non senza difficoltà, soprattutto se si tratta di una persona nata sorda. Esiste, infatti, una grande differenza tra chi è nato sordo e chi vi è diventato da adulto, o comunque dopo aver appreso a parlare. Chi è nato sordo non ha mai potuto giovarsi dell’ascolto del parlato, per imparare tutte le complessità di declinazione, coniugazione e sintassi di una lingua. Ciò si riverbera fortemente sulla capacità di scrivere e di comprendere lo scritto.
Figura 19.5. Alcune lettere dell’alfabeto in LSQ, Langue des Signes Québécoise, la lingua dei segni usata nel Quebec (da http://commons.wikimedia.org/).
Scrive Luca Bianchi, autore di un’interessante ricerca sulla comunicazione dei sordi nell’era digitale
:
L’Italiano è una lingua complessa con una grammatica ricca di regole ed eccezioni. Alle difficoltà legate al ritardo dell’esposizione [dei bambini sordi] alla lingua verbale si deve aggiungere che il bambino udente apprende anche grazie alla memoria uditiva mentre al bambino sordo bisogna insegnare esplicitando qualsiasi regola. Ad esempio un udente non direbbe mai “io uscio”, perché la sua memoria uditiva glielo impedisce, mentre ad un sordo bisogna insegnare che il verbo uscire è irregolare e il presente è “io esco”.
L’analisi degli errori di sordi adulti e adolescenti italiani ha individuato dei gruppi definiti di errori ricorrenti:
- uso degli articoli;
- omissione e sostituzione dei pronomi;
- uso delle preposizioni;
- errori nelle concordanze dei verbi;
- omissione degli ausiliari.
Nei confronti della lingua scritta, i sordi dalla nascita sono nella stessa condizione di chi deve apprendere una serie lunga e complessa di regole in modo completamente astratto. È un po’ come dover usare una lingua straniera senza aver mai potuto ascoltare o pronunciare una sola parola o una sola frase in quella lingua.
Date queste premesse, è ovvio che, di fronte a un testo scritto lungo e complesso, una persona sorda dalla nascita può trovarsi in gravi difficoltà di lettura e di comprensione. Ecco allora che la lingua dei segni acquista importanza anche per l’accessibilità dei contenuti del Web.
I siti di riferimento per le comunità di sordi contengono molto spesso filmati e diagrammi nella lingua dei segni. Un sondaggio in corso sul sito Dizlis.it, frequentato da una comunità di sordi che usa la LIS (Lingua Italiana dei Segni), chiede agli utenti come dovrebbe diventare il sito: se tutto in LIS, tutto in italiano scritto o in una percentuale variabile delle due forme. Al momento in cui scriviamo, su 406 voti espressi, quasi il 49% dei votanti chiede che il sito sia tutto in LIS o in una percentuale dominante di LIS sull’italiano scritto, mentre solo il 19,2% chiede che sia dominante l’italiano scritto.
Percentuali a parte, appare evidente che, se i siti accessibili affiancassero ai testi scritti, almeno ai più lunghi e difficili, una loro traduzione nella lingua dei segni, tutti gli utenti che hanno difficoltà a capire lo scritto e capiscono invece la lingua dei segni ne trarrebbero grande beneficio. Sarebbe un po’ come estendere al Web il servizio di traduzione del telegiornale in LIS, che esiste già in RAI per alcune edizioni Flash del TG1 e del TG2, e su alcune emittenti private come la veneta Telechiara
.
Perché dunque un simile sistema di traduzione non prende piede anche sul Web, uscendo dalla nicchia dei siti comunitari dedicati ai sordi? Gli ostacoli principali riguardano l’aspetto realizzativo delle traduzioni, a cominciare dalla reperibilità e dai costi degli interpreti, per finire alle modalità di fornitura del servizio.
Getta una luce sulla questione un brano tratto da uno studio pubblicato nel dicembre 2003 dal Centro Ricerche e Innovazione Tecnologica della RAI di Torino ( DVB-T e Servizi di Accesso per i cittadini disabili, PDF da 3.5MB
). I problemi evidenziati, che riguardano la televisione digitale, sono del tutto analoghi a quelli che si incontrano nella realizzazione di filmati in lingua dei segni per il Web.
La principale limitazione nella realizzazione dei servizi di accesso è di natura economica: ogni ora di programma sottotitolato, audio descritto o descritto con il linguaggio dei segni, richiede molte ore di lavoro, svolto da personale specializzato.
Ogni scelta redazionale, inoltre, è molto delicata: spesso richiede una sintesi dei dialoghi o un’interpretazione delle immagini, operazioni nelle quali è necessaria una grande obiettività. Se la sintesi assumesse una “colorazione” o un particolare “taglio”, potrebbe essere interpretata come discriminatoria e le associazioni di categoria sono, giustamente, molto attente alla trasparenza delle informazioni dedicate ai disabili.
Anche le questioni tecniche impongono delle limitazioni. Una delle principali riguarda la qualità dei filmati: le immagini trasmesse via Web devono consentire agli utenti la perfetta visione dei movimenti, delle posture e delle espressioni facciali degli interpreti, se si vuole riuscire a trasmettere correttamente i significati dei segni:
[…] particolare attenzione deve essere posta nella scelta del bit-rate e delle caratteristiche di codifica. Le tecniche di compressione video possono privilegiare, ad esempio, il movimento a scapito della definizione dell’immagine: potrebbero così andare persi dettagli importanti del volto dell’attore. Viceversa, privilegiando i dettagli, potrebbero perdersi alcune caratteristiche del movimento delle mani.
Dal punto di vista della qualità dei filmati e del bit-rate, cioè della quantità di dati che devono essere trasmessi nell’unità di tempo, progressi interessanti sono promessi dalle sperimentazioni con i cosiddetti avatar.
È in fase di studio la possibilità di utilizzare un attore virtuale per il linguaggio dei segni, realizzato in computer grafica e denominato “avatar”. Questa tecnologia offre il vantaggio di richiedere una frazione dei dati da inviare per far muovere l’avatar rispetto a quelli necessari per trasmettere l’immagine di un attore. I movimenti vengono acquisiti da un computer tramite appositi sensori posti sul volto e sulle mani di un interprete reale e poi inviati all’avatar sotto forma di dati. L’utente può abilitare o disabilitare la visualizzazione e “personalizzare” l’avatar, poiché esso è sintetizzato in tempo reale dal decoder e può assumere aspetti o caratteristiche a scelta. Se gli studi e le sperimentazioni daranno esito positivo, l’avatar non sarà alternativo all’interprete reale, comunque necessario per tradurre la lingua parlata in segni, sarà solo un modo più conveniente di trasmettere i dati.
L’uso degli avatar porterebbe dunque a un risparmio di banda, ma non a un risparmio nell’acquisto del servizio di interpretazione e di realizzazione dei filmati. Per quanto riguarda questo aspetto, una speranza forse può essere riposta nell’evoluzione e nell’applicazione al Web di software come iCommunicator, un complesso ambiente interattivo, in grado di tradurre in tempo reale l’inglese parlato in un testo scritto e in un’animazione realizzata in ALS, la lingua americana dei segni.
Figura 19.7. L’interfaccia di iCommunicator. L’utente sordo può leggere il testo e vedere contemporaneamente l’animazione che traduce il parlato nella lingua americana dei segni.
Allo stato attuale, è difficile ipotizzare che la pratica di realizzare filmati in lingua dei segni si diffonda al di fuori dei siti comunitari frequentati da sordi. Al di là dell’innegabile problema economico, vi sono altri due tipi di ostacoli da considerare. Il primo è la scarsa conoscenza generale che vi è dei problemi di lettura e comprensione dello scritto in cui possono incorrere i sordi: ciò porta a ignorare o a sottovalutare l’importanza per l’accessibilità di produrre alternative in linguaggio dei segni ai testi pubblicati sul Web in forma scritta.
Il secondo ostacolo riguarda l’estrema variabilità della lingua dei segni da nazione a nazione, ma anche da regione a regione e da città a città, se non addirittura all’interno della stessa città (pare che a Roma vi siano varianti dialettali della LIS, diverse da un circolo all’altro). Ciò vuol dire che, non solo un filmato nella lingua dei segni americana non sarà capito da un sordo che usa la lingua dei segni italiana, ma, all’interno della stessa Italia, chi dà a un segno il significato proprio di una variante locale della LIS potrà non capire, o peggio fraintendere, il senso di un discorso segnato che attribuisce a quel segno un differente significato: si veda il caso della parola “giallo” in Figura 19.8.
Figura 19.8. Diversi modi di segnare la parola “giallo” in quattro città italiane
(da http://www.pavonerisorse.it
).
Bisogna rassegnarsi allora a un Web poco o nulla accessibile per i sordi che usano la lingua dei segni? No, per fortuna. La Rete è il luogo per eccellenza in cui trovano applicazione le più inusuali ed economiche forme di democrazia dal basso. La crescita straordinaria delle piattaforme di condivisione di contributi audiovideo realizzati dagli utenti, trainata dal successo planetario di YouTube, ha avuto un impatto positivo anche sulla diffusione di filmati in lingua dei segni. Cresce velocemente il numero dei vlog (video blog) gestiti da sordi, in cui vengono diffuse informazioni di ogni tipo nella lingua dei segni, per ora principalmente in quella americana (ASL). Uno dei più noti e interessanti è il vlog di Jared Evans, che spiega per esempio, tra le altre cose, i criteri da seguire per realizzare video in lingua dei segni da distribuire sul Web
, preservando al massimo la leggibilità dei segni.
I video post sono accompagnati non di rado da sottotitoli o trascrizioni dei contenuti e ciò contribuisce a creare un ponte di comunicazione tra l’universo di chi comunica con i segni e quello di chi comunica con le parole. Ci sembrano interessanti in proposito le considerazioni di Jon-Lenois Savage, che si definisce “proud to be deaf” (“orgoglioso di essere sordo”). Egli ritiene che la lingua dei segni abbia un’espressività maggiore della lingua scritta, e lo ha spiegato in un video post intitolato Blogger (english) vs. Vlogger (ASL), reperibile su YouTube e sul suo vlog
.
Quando e a chi servono le presentazioni audio?
Una presentazione audio inserita in una pagina web è, per un cieco, il corrispettivo di ciò che è un filmato in lingua dei segni per un sordo: un modo di compensare la mancanza di un senso (la vista), ottenendo da un altro senso (l’udito) il maggior numero possibile di informazioni. Una presentazione audio dovrebbe contenere tutte le informazioni contestuali necessarie a permettere all’utente di orientarsi tra i contenuti in mancanza della vista.
Una particolare forma di presentazione audio è l’audiodescrizione, che consiste in una traccia audio sincronizzata con gli eventi che si succedono in un documento multimediale. Ne abbiamo illustrato ampiamente le caratteristiche nel Capitolo 4, in un paragrafo dedicato (Audiodescrizioni di contenuti video).
Ma il punto di controllo 14.2 non parla di multimedialità, bensì di testi. Dice esattamente: Integrare il testo con elementi grafici o presentazioni audio, se possono facilitare la comprensione della pagina
. Occorre domandarsi, allora, in che caso una registrazione audio può facilitare la comprensione di un testo? Può facilitarla in casi particolari, per esempio se si tratta di testi narrativi, nei quali conta molto l’espressività della lettura, o di documenti d’archivio, nei quali la voce è il contenuto (per esempio una poesia di Montale letta direttamente dall’autore), o, ancora, nel caso di situazioni di apprendimento linguistico, in cui conta l’esatta pronuncia delle parole o delle frasi, o, infine, come supporto per utenti affetti da disabilità dell’apprendimento e della lettura.
Figura 19.10. Le icone evidenziate rimandano a un file audio che presenta la pronuncia del termine selezionato (dal dizionario online Merriam-Webster
).
Un esempio tratto dalla realtà del Web è quello dei siti che contengono dizionari: in molti di essi, accanto a ogni lemma, è presente un pulsante che permette di ascoltare l’esatta pronuncia della parola (Figura 19.10). Poter ascoltare direttamente la pronuncia è, per l’utente, una forma di integrazione della conoscenza fornita dal testo scritto, che possiamo considerare, da parte di chi fornisce il servizio, una modalità di applicazione – non sappiamo fino a che punto consapevole – del punto di controllo 14.2 delle WCAG 1.0.
In altri casi, invece, aggiungere la narrazione di una voce registrata alla lettura automatica di un sintetizzatore vocale rischia di essere più d’impaccio che di aiuto. La presentazione registrata ha infatti due grossi inconvenienti: a) può sovrapporsi alla voce dello screen reader, che comunque resta indispensabile all’utente per poter giungere alla pagina che contiene la presentazione audio; b) non permette di navigare nel contenuto.
Se, per esempio, una voce narrante registrata in un file audio legge un documento che contiene campi modulo, l’utente non può cominciare a riempire immediatamente i campi elencati dalla voce, come succede invece se è uno screen reader a leggere le etichette. La voce registrata, inoltre, legge la pagina secondo un ordine prestabilito, che non è comandabile dall’utente. In un brano di testo registrato non si può saltare da un titolo all’altro e da un paragrafo all’altro, come è invece possibile fare usando uno screen reader. Né tantomeno è possibile attivare un collegamento ipertestuale inserito nel testo, se non utilizzando le informazioni fornite da uno screen reader.
Date tali limitazioni, ci sembra inutile per un utente non vedente il meccanismo che la Vodafone, per fare un esempio reale, ha inserito nella versione accessibile del suo sito
: premendo il pulsante “Ascoltami” (Figura 19.11), compaiono dei tasti in capo alla pagina, per mezzo dei quali è possibile attivare o interrompere la lettura automatica del testo del documento. Tale lettura è fatta per di più da una voce sintetica, il che rappresenta un esatto duplicato di ciò che un non vedente, normalmente dotato di screen reader, avrebbe ottenuto dal suo strumento. Se il meccanismo ha un’utilità, è forse quella di consentire a un ipovedente di riposare un po’ gli occhi, se non sta già usando uno screen reader per aiutarsi nella lettura, oppure di fornire a un dislessico un supporto acustico al suo sforzo di leggere il testo della pagina.
Figura 19.11. Il sistema di presentazione audio del contenuto di pagina, usato nella versione accessibile del sito della Vodafone (9/4/2007).
[Inizio approfondimento] Gli audiolibri
Tra le presentazioni audio più utili e importanti per l’accessibilità vi sono certamente gli audiolibri. Si tratta, in genere, di file in formato MP3, che vengono scaricati in locale dagli utenti interessati. Gli audiolibri, o libri parlati, sono la lettura a voce, fatta da un lettore umano o da un sintetizzatore vocale, di un testo scritto. Nel caso siano letti da un sintetizzatore, si tratta di un servizio di minore utilità, perché non aggiunge nulla a ciò che un utente di screen reader otterrebbe dal proprio programma, potendo accedere al testo scritto del libro. Un audiolibro letto da un attore professionista ha invece dei valori aggiunti: l’espressività e la capacità del lettore di intuire le intenzioni dell’autore del testo, che la voce meccanica di un sintetizzatore non possiede.
Molto spesso le opere diffuse sul Web come audiolibri presentano una carenza grave dal punto di vista dell’accessibilità: la mancanza del testo scritto dell’opera da cui sono ricavati. Un utente sordo non è in grado di ascoltare un libro parlato, mentre è in grado di leggerne il testo scritto (sia pure con i problemi accennati nel paragrafo dedicato alla lingua dei segni). Inoltre il testo scritto ha la proprietà di essere navigabile al suo interno, il che favorisce la ricerca rapida dei singoli brani, cosa che in un audiolibro diventa possibile solo se il programma usato per la riproduzione consente di inserire marcatori durante l’ascolto.
Progetto Babele
è uno dei pochissimi siti web che forniscono audiolibri in italiano corredati dal testo scritto dell’opera. Per chi è interessato ad approfondire la genesi storica e i problemi di diffusione degli audiolibri, consigliamo di consultare la tesi di laurea Il Suono delle Parole: l’Audiolibro, di Daniela Tanzillo, che può essere scaricata in formato PDF dal sito Il Narratore
.
Un catalogo completo delle case editrici che pubblicano audiolibri è disponibile sul sito Progetto Lettura Agevolata del Comune di Venezia
. Tra le iniziative gratuite e di pubblico dominio, merita di essere ricordato il progetto di LiberLiber
per la diffusione di libri parlati fuori diritti, letti da volontari. Al momento in cui scriviamo sono disponibili quattro titoli. [Fine approfondimento]
Punto di controllo 14.3, priorità 3
Creare uno stile di presentazione coerente per tutte le pagine.
Si rivolge a: grafici, sviluppatori (tecnici del codice).
L’importanza di uno stile di presentazione coerente
Il paragrafo 4 Navigation
delle Tecniche di base per le WCAG 1.0 spiega nel modo seguente l’importanza per l’accessibilità di uno stile di presentazione applicato in maniera coerente attraverso le varie pagine di un sito web:
Uno stile di presentazione coerente su ogni pagina permette agli utenti di localizzare i meccanismi di navigazione più facilmente, ma anche di saltarli più facilmente per trovare i contenuti importanti. Ciò aiuta le persone con disabilità della lettura, ma in generale rende più semplice la navigazione per tutti gli utenti. La predicibilità aumenterà la probabilità che le persone che visitano il vostro sito trovino le informazioni, o le evitino, se è ciò che desiderano.
Esempi di strutture che possono apparire allo stesso posto in pagine diverse:
- le barre di navigazione;
- il contenuto principale di una pagina;
- la pubblicità.
Uno stile coerente permette, tra le altre cose, di stabilire più facilmente i confini di un sito web.
Se, infatti, gli elementi costitutivi della pagina si ripetono in modo costante attraverso un sito, o anche attraverso una sua sezione, l’utente può formarsi una mappa mentale di quelle caratteristiche: quando, navigando, non le ritrova più, si rende conto di essere giunto in un altro “luogo” della Rete, che, in mancanza di riferimenti chiari, viene percepito come un altro sito. La percezione chiara degli elementi che caratterizzano l’identità del sito che si sta navigando (loghi, testata, menu, struttura grafica ecc.), percezione che è meno banale di quanto i navigatori esperti possano immaginare, può essere d’aiuto nel circoscrivere le ricerche di un documento e nel ritrovare e ripercorrere in altre direzioni le “rotte” già esplorate.
Purtroppo l’applicazione del punto di controllo 14.3 è talvolta trascurata anche nei siti che affermano di seguire le raccomandazioni delle WCAG 1.0. Quanto più un sito ha grandi dimensioni e molteplici curatori e fonti di dati, tanto più è probabile che vi siano disomogeneità nel modo in cui pagine e sezioni sono costruite, sia per quanto riguarda l’architettura informativa sia per quanto riguarda la veste grafica. Ma lo stesso può verificarsi in siti di piccole dimensioni, quando sono costruiti da sviluppatori non professionisti.
Va detto, però, che negli ultimi anni la coerenza degli stili di presentazione nei siti pubblici italiani è notevolmente aumentata. Oggi è possibile navigare a lungo sui siti di ministeri, comuni ed enti pubblici, ritrovando quasi sempre, in ogni pagina che non sia un documento allegato (PDF, DOC ecc.), almeno gli elementi minimi di riconoscibilità, quali nome e logo dell’ente e una struttura di testata uniforme. Permane, è vero, in vari siti la tendenza ad avere una home page completamente diversa, per struttura informativa e grafica, rispetto alle pagine interne, ma non ci sembra un problema tale da costituire un impedimento alla navigazione.


Figura 19.12. Il sito web del Comune di Latina
presenta una evidente disomogeneità di stili di presentazione tra home page, pagina interna-tipo e alcune sezioni interne, dovuta probabilmente a una ristrutturazione non completata (9/4/2007).
Usare i CSS per creare stili di presentazione coerenti
Il primo paragrafo delle Tecniche CSS per le WCAG 1.0 è intitolato Diminuire la manutenzione e aumentare la coerenza
. Elenca tre criteri per applicare il punto di controllo 14.3, in modo da ottimizzare allo stesso tempo le performance del sito e ridurre i tempi di manutenzione:
- usate per il vostro sito un numero minimo di fogli di stile;
- usate fogli di stile collegati piuttosto che stili incorporati, ed evitate i fogli di stile a livello del testo;
- se avete più fogli di stile, usate in tutti quanti lo stesso nome di classe per uno stesso concetto.
Applicare il primo suggerimento consegue due vantaggi, il primo per l’utente, il secondo per lo sviluppatore. Il primo vantaggio è di ridurre i tempi di caricamento dei documenti: avere, per esempio, un solo foglio di stile invece di cinque riduce a una le transazioni HTTP tra server e client necessarie per caricare gli stili del documento; il secondo è di ridurre le difficoltà di manutenzione: minore è il numero dei fogli di stile, più facile è localizzare gli stili da modificare.
Applicare il secondo suggerimento consegue due risultati analoghi: da un lato diminuisce il peso dei file HTML, riducendo di conseguenza i tempi di caricamento; dall’altro, permette agli sviluppatori una manutenzione più rapida e ordinata.
Anche il terzo suggerimento mira a rendere più facile la manutenzione. Se abbiamo due fogli di stile per due sezioni differenti di un sito, è utile che in entrambi la classe che definisce, per esempio, lo stile dei menu di navigazione si chiami allo stesso modo: “menu” (o “navigazione”) in entrambi, e non “navigazione” in uno e “menu” nell’altro. La corrispondenza tra concetti e nomi di classe rende ovviamente più facile trovare gli stili da modificare, soprattutto se vi è più di un CSS.
È quasi inutile ricordare, infine, che tutti e tre i suggerimenti danno per scontato un fatto a monte: che gli stili vengano definiti per mezzo dei CSS invece che tramite elementi e attributi di presentazione di HTML o di XHTML (si veda in proposito il commento alla linea guida 3 delle WCAG 1.0, nel Capitolo 6).
Stili CSS collegati, incorporati e a livello del testo (inline)
Vediamo ora in dettaglio come applicare il suggerimento di usare fogli di stile collegati invece che stili incorporati e a livello del testo, e di capire meglio i vantaggi che ne derivano.
Innanzitutto, un foglio di stile esterno può essere collegato a un documento HTML in due modi: o per mezzo dell’elemento LINK o per mezzo della regola @import nell’elemento STYLE.
Listato 19.1 Collegamento di un CSS per mezzo di LINK in HTML.
<link rel="stylesheet" type="text/css" href="stili.css">
Listato 19.2 Collegamento di un CSS per mezzo di @import in HTML.
<style type="text/css" media="all">
<!--
@import url( stili.css );
......
-->
</style>
Si noti che la regola @import deve essere il primo contenuto dell’elemento STYLE. Possono esservi più regole @import successive, ma nessuna di esse può venire dopo uno stile incorporato, per esempio dopo un selettore come h1 {font-size: 2em}.
[Inizio approfondimento] Differenze di supporto per LINK e @import
I browser di ultima generazione supportano sia l’uso di LINK sia quello di @import per caricare un foglio di stile esterno. I browser più datati, invece, come Netscape 4, non sono in grado di caricare gli stili collegati con @import. Questo metodo può essere pertanto usato come fattore discriminante, per evitare che i browser più vecchi carichino fogli di stile che non sono in grado di rappresentare correttamente. [Fine approfondimento]
Consideriamo ora un semplice foglio di stile, come il seguente.
Listato 19.3 Un foglio di stile elementare.
body {
background-color: #eeeeee;
color: #000000;
font-family: arial, helvetica, sans-serif;
font-size: 110%;
margin:.5em 1em;
}
Immaginiamo poi di avere un sito di mille pagine, a ognuna delle quali deve essere applicato questo foglio di stile. Possiamo incorporarlo in ciascuna delle mille pagine inserendo i selettori direttamente nell’elemento STYLE di ognuna oppure possiamo collegarlo come file esterno, usando LINK o @import nei modi mostrati più sopra. Nel primo caso avremo mille CSS uguali, uno per ciascun documento HTML; nel secondo caso avremo un unico CSS, collegato a tutti e mille i documenti del sito.
Il vantaggio della seconda soluzione diventa tanto maggiore quanto più numerosi sono i file a cui si applica uno stesso foglio di stile e quanto più è lungo il foglio di stile. Se un CSS pesa 10 kB e deve essere inserito in 1000 documenti HTML, avremo un peso complessivo di 10.000 kB (10 MB), che si aggiunge al peso complessivo dei documenti HTML. Questo peso si traduce in maggior tempo di caricamento delle pagine per l’utente e in un maggior costo per consumo di banda per il gestore del sito. Viceversa, con un unico foglio di stile esterno, l’unico peso che si aggiunge al sito sono i 10 kB del CSS (più il valore trascurabile delle righe di codice per il collegamento del CSS via LINK o @import in ciascun documento HTML).
Il vantaggio per lo sviluppatore che deve fare manutenzione è incommensurabile. Cambiare, per esempio, il colore di sfondo in un CSS esterno è affare di un attimo, e il risultato è immediatamente visibile in tutto il sito. Cambiare, invece, il colore di sfondo in mille CSS incorporati è molto più lungo e complesso (e pericoloso, nel caso si usino funzioni di ricerca e sostituzione globali).
La terza possibilità per applicare stili al contenuto di un documento consiste nell’associare proprietà di stile direttamente agli elementi di cui si vuole modificare la presentazione. Lo strumento da usare è in questo caso l’attributo style.
Listato 19.4 Applicazione di stili a livello del testo (inline) tramite i CSS.
<p> ... testo ... testo ... testo ... </p>
<p style="color:#000099; font-size:larger; text-decoration:underline">
Un paragrafo di testo all’interno del documento ...
</p>
<p> ... testo ... testo ... testo ... </p>
Di tutti i metodi per applicare stili a un documento, questo è il meno pratico e il meno utile per l’accessibilità. Va usato solo in situazioni particolari, quando rappresenta il modo più semplice e rapido per modificare l’aspetto di singoli contenuti di pagina, che si desidera rendere atipici rispetto allo stile generale del documento. Usati, invece, in maniera sistematica, gli stili CSS a livello del testo sono un duplicato degli elementi e degli attributi di presentazione, che erano stati banditi proprio per far posto ai fogli di stile. In effetti, il codice CSS del listato precedente avrebbe potuto essere sostituito con elementi e attributi di presentazione deprecati, che, a livello del testo, sono anche più sintetici, come mostra il Listato 19.5.
Listato 19.5 Applicazione di stili a livello del testo tramite elementi e attributi deprecati.
<p><u><font size="+1" color="#000099">
Un paragrafo di testo all’interno del documento ... </font></u></p>
In entrambi i casi (uso di CSS inline o uso di elementi e attributi di presentazione), il risultato è un aumento esponenziale delle dimensioni dei documenti e della complessità del codice di marcatura, con conseguenti difficoltà di manutenzione da parte degli sviluppatori.


